Vicende
Storiche
Data
la totale assenza di notizie sicure , di documenti che testimoniano con
esattezza la data dei primi insediamenti umani nel territorio di Gallo M. , è
possibile risalire ad essi soltanto rifacendosi alle vicende storiche dei popoli
che hanno abitato, nei periodi più antichi, tutta la zona del Matese compresa
tra l’attuale Molise e la Campania, nell’alto casertano e beneventano. In
quest’ottica non va tralasciato di far cenno all’Homo Aeserniensis , i resti
dell’insediamento, del quale sono stati rinvenuti nel 1979, in occasione della
costruzione della superstrada Vasto-Napoli, in località “la Pineta” alle
porte di Isernia. E questa la più antica testimonianza di vita intelligente e
associata , risalente a circa un milione di anni fa, in una zona relativamente
vicina al Matese da lasciar presumere la presenza di tali ominidi nelle zone più
interne. Per avere notizie sui primi veri insediamenti umani nel territorio di
Gallo M. bisogna rifarsi alle tradizioni degli storici romani e in particolare
modo a Tito Livio[1], il quale ci
testimonia la presenza di una popolazione fiera e battagliera nella parte
settentrionale della Campania.
Era
questa una giovane tribù dei Sanniti Pentri dedita all’agricoltura e alla
pastorizia e che stabilì le sue capanne (Vigatim) nelle valli e nelle conche
del Matese.
I romani chiamavano queste popolazioni “Montesi” (abitanti dei monti) da cui
il nome di Matese attribuito a
tutta la zona.
Trovatosi il territorio di Gallo M. e degli altri comuni limitrofi al centro del
famoso quadrilatero sannita costituito dalle città di Isernia, Boiano, Alife,
Telese, i nuclei abitativi di queste zone parteciparono, condividendone la
sorte, alle feroci guerre che i Sanniti Pentri , confederati con altri stati
Sanniti, condussero contro la nascente potenza militare romana (I e II guerra sannitica, distruzione di Silla).
Furono
queste popolazioni, quindi, assoggettate a Roma, la quale, nella
ristrutturazione del territorio italico in regioni, introdusse il Matese nella
prima regione.
Documenti
che riguardano questo periodo mancano del tutto, però le tracce di una
carreggiata scavata nella roccia che si inerpica, a partire dalla pianura del
Volturno, sul versante di Venafro, su per la costa del monte Pesco Rosso ed il
fosso dei Maragoni fino a Gallo M. ed oltre, fa pensare che anche con la
dominazione romana gli abitanti dei monti non persero il contatto con la valle,
con la quale scambiavano i loro prodotti agro-pastorali.
E da presumere ancora che questa fosse una via di comunicazione tra le zone più
interne del Matese, la via Abebuzia sul versante alifano, la via Latina sul
versante venafrano.
La
caduta dell’Impero Romano non causò trasformazioni immediate
nell’organizzazione economica e sociale del luogo; è infatti da ritenere
che, grazie alla posizione geografica e alle asperità, non solo del
suolo ma anche del clima, queste zone non hanno subito invasioni barbariche.
Dalle “Cronache Cassinesi” (conservate nella biblioteca di Monte Cassino),
databili all’incirca al 600 d.C. Romualdo Duca di Benevento, accoglie, sotto
ordine del padre Grimoaldo, re d’Italia, uno di quei gruppi nell’occasione
Bulgaro che, spinti dall’incalzare di altri popoli asiatici, oppure attratti
da condizioni economiche e climatiche migliori, lasciarono l’Asia e,
attraverso le alpi, scesero in Italia.
Warnefrido,
a questo proposito, ci narra: “In quel tempo (667 d. C.) il duca dei Bulgari
Altzek
, non so perché uscito dalla patria entra pacificamente in Italia e
presentatosi con tutta la sua gente del suo ducato da
Re Grimoaldo
, mettendosi
al suo servizio, e chiedendo di poter stanziare nel suo territorio. Egli
indirizzò a Benevento al poroprio figlio Romualdo, cui ingiunse assegnargli
luoghi, ove poter abitare col suo popolo, Romualdo li accolse benignamente e
diede loro per dimora vasti terreni rimasti fino ad allora deserti, come Sepino,
Boiano, Isernia, ed altre città coi loro territori, prescrivendo ad Altzeco
che, lasciato il nome di duca, si chiamasse Gastaldo. Pure oggi dì gli abitanti
di quei luoghi, benché parlino anche in latino, non hanno perduto l’uso della
favella natia”.
Nella
Guastaldia di Boiano erano compresi anche i monti del Matese sui quali si
spinsero alcuni gruppi dei
Bulgari d’Altzek
(latinizzato diventa Alzecone),
attratti dai buoni pascoli.
Il
d’Amico afferma:” Dalle nostre ricerche inequivocabilmente risulta che:
-
La colonizzazione Bulgara da Benevento si estese a
tutta l’Italia meridionale.
-
I Bulgari d’Altzek erano puri Tartari e la loro
lingua Uro-Altaica.
E’
da ritenere quindi che l’incontro, la fusione, l’influenza reciproca tra i
Bulgari e gli antichi abitanti, i Sanniti, furono inevitabili. Ancora oggi nel
costume, nel linguaggio, negli usi restano tracce di questa fusione.
Il
motivo per cui Grimoaldo, alla richiesta di terre da parte d’Altzek, non si
era opposto e lo aveva invitato a Benevento dal figlio Romualdo, è da
individuarsi nel fatto che Beneventano ed il Molise fosse da ripopolare e da
rimettere a cultura.
Questo
in seguito a guerre, alle scorrerie barbariche ed alle violente epidemie che
sconvolsero queste regioni a cavallo dei secoli VI e VII .
Grimoaldo,
avendo già potuto costatare la resistenza ai climi malsani e rigidi dei Bulgari
che si erano stanziati in Lombardia e Toscana, approfittò della richiesta di
Altzek per ripopolare le valli desolate ed i boschi del Sannio.
Romualdo,
dal canto suo, accolse il nuovo popolo ad un’unica condizione, come abbiamo
visto; Altzek doveva rinunciare al titolo ed al potere di Duca ed assumere la
funzione di “Guastaldo”. Questa rinuncia comportava la perdita, da parte dei
Bulgari, della propria autonomia politica e delle proprie leggi, cosa che
accelerò il processo di fusione di questo popolo con le popolazioni autoctone.
Il
nucleo abitativo, che sarebbe poi diventato Gallo M. così costituitosi dalla
fusione dei due popoli, prosperò e progredì, trasformandosi da piccolo
villaggio, composto quasi prevalentemente da capanne di pastori, addossate ai
margini della collina (ru Colle), mentre la parte più alta dello stesso colle
si caratterizzava dalla presenza di una muraglia di pietra costipata a secco,
che assolveva alla doppia funzione di rimessa per il bestiame, e di difesa,
quest’ipotesi e avvalorata anche dalla presenza sul lato ovest della linea
murata di un torre circolare, di cui ora restano solo alcune tracce indicative.
Le
mura quindi non difendevano un centro abitato, dato che queste sorgevano
immediatamente all’esterno, bensì cosa più importante costituita appunto dal
bestiame unica fonte di sussistenza, e rendita economica.
Con il tempo le capanne sono trasformate in abitazioni più stabili in pietra ed
il piccolo villaggio, conosce una fase di trasformazione diventando a poco a
poco un vero e proprio paese, le trasformazioni coinvolgono anche la parte
recinta dalle murazioni, che da iniziale spazio vuoto viene a diventare spazio
urbano, seppur continuando ad assolvere a quella che era la funzione originaria
di ricovero per il bestiame, questa tesi e avvalorata anche dal fatto che ancora
oggi questa zona è denominata “stalle”.
Con
la costruzione del primo impianto della chiesa di S. Simeone viene a costituirsi
un efficace polo, intorno al quale si consolida il centro abitato in direzione
est. Sempre ad est è localizzato il cimitero vecchio.
Soltanto
successivamente, quando il periodo delle invasioni era finito, il paese si è
sviluppato in direzione ovest, estendendosi sui declivi meno scoscesi, fino ad
arrivare, nel 1642, alla costruzione di una nuova parrocchia: l’Ave Gratia
Plena, intorno alla cui chiesa l’abitato si era raggruppato.
Si
ha notizia del paese cosi formato, nel 1154, col nome di Gualdum, fu feudo di
Riccardo, Conte di Fondi, in questo periodo Gallo M. era stato dichiarato
“Feudum Unius Milites”, cosa che comportava l’obbligo di fornire un
contingente militare di dodici soldati e di dodici inservienti in occasione di
fatti militari (cosa che avvenne per la prima crociata).
Quest’impegno
da parte del feudatario suffraga ancora di più l’ipotesi che Gallo M. avesse
raggiunto popolazione e ricchezze considerevoli per il tempo.
Nel
1239, Giovanni di Guglielmo di Prata, fu feudatario, tra gli altri, del feudo di
Gualdo, dal 1329 al 1576 Gallo appartenne alla Baronia di Prata passando in
possesso della famiglia che detennero detta Baronia: quali i Capuano, i
Sanfromondo, i Pandone, i Mobel, i Rota, i Villani, i Carafa, ed i De Cordenis.
Nel
1649 il feudo di Gallo, con il titolo di Marchesato, fu retto dalla famiglia
Mastullo. Il 05/08/1695, il Barone Pietro Petronsi vendette il feudo a
Marcaurelio Mattei, Barone di Ailano per 10.000 ducati. Nel 1683 Marcaurelio
Mattei, lasciò erede universale dei suoi beni il figlio Alfonso, il quale,
morendo il 17/01/1695 lasciava erede lo zio, don Giuseppe, dei beni burgenastici.
Ne seguì una lunga contesa giudiziaria tra lo zio e l’avvocato Orazio
Carbonelli, marito di Virginia, sorella di Alfonso e quindi legittima erede.
Questa
contesa si concluse nel 1731 con Nicolantonio Carbonelli.
Nel
1741, data di inizio del catasto onciario di Gallo, utile possessore della terra
di Gallo è il Principe Giovanni Pignatelli della terra di Monteroduni
mantennero il possesso di Gallo fino all’abolizione della Feudalità avvenuta
nel 1806 ad opera di G. Bonaparte. Questi, infatti, sulla scia delle innovazioni
politiche amministrative approntate in Italia dalla trionfale “campagna
d’Italia” di Napoleone Bonaparte, abolì la feudalità nel regno di Napoli.
Tra
il 1806 ed il 1815 numerosi beni ecclesiastici e monastici furono assorbiti dal
demanio e successivamente venduti ai privati.
Un
ruolo importante, concorrenziale quasi al feudatario, aveva assunto, già ad
epoche passate, il Comune se è vero che, come risulta dal già citato documento
conservato presso l’archivio parrocchiale, quest’ente estende il proprio
patrocinio sulla parrocchia Ave Gratia Plena, costituita nel 1642, già
dall’anno successivo, il 1643. Ad avvalorare questa ipotesi sta il fatto che,
come risulta dal catasto onciario del 1741, il Comune possiede i due mulini
allora esistenti ed il forno, ossia i beni immobili che davano il maggior
reddito e che, in circostanze normali, erano posseduti dal feudatario.
In
quest’epoca sindaco eletto a Gallo era tale Pietro di Pietrantonio.
Nel
1532 Gallo fu tassato per 44 fuochi, nel 1545 per 98, nel 1561 per 121, nel 1595
per 169, nel 1649 per 156, nel 1669 per 202, nel 1802 la popolazione ascendeva a
circa 1500 abitanti, dal censimento del 1861 risulta che Gallo contava 2015
abitanti. Da questa data in poi la popolazione è cresciuta, fino a toccare la
punta massima di 3417 unità nel1921, per ridiscendere poi, a causa di una forte
emigrazione, fino ai 916
abitanti attuali.
Fin
dal 1741 Gallo faceva parte della provincia di Terra di Lavoro (Caserta). Del
Circondario Amministrativo di Piedimonte, nel Mandamento di Capriati, il
Tribunale di S. Maria, la Corte d’Appello di Napoli, la diocesi di Isernia
.
Il
Regime fascista smembrò la provincia di Caserta e Gallo fu assegnato alla
Provincia di Campobasso.
Con
la ricostruzione della provincia di Caserta Gallo tornò a farne parte.
Da una
ricerca del
Dott. Francesco Paolo