Il sogno di una Repubblica Anarchica...
Il Matese, ed in particolare i comuni di Letino e Gallo Matese, vengono scelti
come teatro di un tentativo, disperato ma generoso, di cambiare lo stato postunitario,
per molti versi incapace, presente spesso solo con burocrati e militari. Certamente
inequo nella sua politica sociale ed economica.
L'obbiettivo era quello di sfruttare l'ondata di malcontento che regnava nella
classe contadina. Eppure, proprio i contadini, coloro che avrebbe dovuto costituire
lo zoccolo duro della rivolta, tradirono le aspettative dei leader anarchici.
"Diversamente dai lavoratori dei campi della Spagna meridionale - scrive
Woodcock - quelli dell'Italia meridionale si rivelarono refrattari al messianismo
libertario, e in Italia l'anarchismo doveva rimanere un movimento limitato quasi
esclusivamente alle città "minori". Il fallimento dell'impresa
nel Matese ne fu l'esempio lampante. Il Matese è una regione tra Campania e
Molise, dove nel recente passato il brigantaggio aveva spadroneggiato, creando
seri problemi al Regno da poco nato. Una zona, ritenevano gli anarchici, adatta
alla guerriglia. Da qui - nel cuore del Mezzogiorno, i leader anarchici - Carlo
Cafiero, ed Enrico Malatesta e Ceccarelli ritennero di far scoccare la
scintilla della rivoluzione. Nella primavera del 1877, essi ritennero che fosse
venuto il momento giusto: non pensavano ad un'insurrezione generale, bensì ad
un'azione di vera e propria guerriglia.
Lo scopo era quello di occupare, con pochi uomini, una zona simbolicamente
importante perché inespugnabile, e da lì incitare all'azione chi agognava alla
libertà. Oggi si può dire che l'ingenuità del piano era pari solo all'entusiasmo
dei suoi organizzatori. L'operazione sarebbe dovuta scoccare a marzo, ma la
neve ancora presente nel Matese fece rallentare i piani degli anarchici (e permise
al ministero degli Interni, debitamente informato, di studiare delle contromosse).
Il luogo dell'incontro dei cospiratori doveva essere San Lupo, un piccolo paesello.
Invece che cento - come preventivato - se ne presentarono solo ventisei. Si
decise di continuare comunque e il piccolo gruppo di uomini cominciò a marciare,
naturalmente ognuno con la sua bella sciarpa rossa in evidenza. Le guide non
si presentarono, i viveri non giunsero a destinazione.
La leggenda dice che i rivoluzionari avessero deciso di
passare agli espropri, ma quando - alla prima pecora sequestrata - il piccolo
pastore, tale Purchia, cominciò a piangere, la restituirono. Dopo tre giorni
di marcia, la banda giunse a Letino, occupò il Municipio, proclamarono la decadenza
della monarchia (solo dopo aver staccato dal muro, ovviamente, il ritratto del
re Vittorio Emanuele), fecero un falò con le carte comunali e catastali.
Subito dopo in una piazza ormai affollata di gente, il capo della rivolta (Carlo
Cafiero), prese la parola e spiegò il programma del movimento internazionalista
e il suo scopo: la rivoluzione sociale al fine di abbattere ogni vincolo giuridico
e di proprietà; invitò dunque i cittadini a riprendersi la terra che, essendo
un bene comune come l'aria e l'acqua, non dovevano diventare proprietà privata.
Insomma il programma poteva considerarsi in poche parole: non più soldati, non
più prefetti, non più proprietari, nè servi nè padroni; la terra in comune,
il potere a tutti.
A questo punto le testimonianze parlano di una donna che fattasi avanti, avrebbe
esortato i rivoluzionari a compiere l'opera iniziata e cioè a prendere le terre
e a distribuirle, ma Cafiero rifiutò decisamente sia perchè il gruppo doveva
andare in altri paesi a portare la scintilla della rivoluzione, sia soprattutto,
perchè i contadini dovevano imparare a far da soli, sfruttando le loro forze.
"I fucili e le scuri ve li aviamo dati, i coltelli li avite - se vulite
facite e si non vi futtite". La folla era ormai conquistata ed entusiasta,
tanto che persino il parroco Raffaele Fortini, inneggiò alla rivoluzione e spiegò
ai contadini che vangelo e socialismo era la stessa cosa e che gli internazionalisti
erano gli apostoli della parola del signore. Era sincero convincimento il suo,
o semplice opportunismo? difficile a dirsi, certo anche grazie al suo intervento
i rivoluzionari erano ormai padroni del campo; si fecero poi guidare al mulino
dove misero fuori uso i contatori che registravano i giri della macina e quindi
stabilivano l'importo della odiatissima tassa sul macinato che tutti dovevano
pagare. Alla fine i rivoluzionari sempre guidati da Cafiero e Malatesta, lasciarono
il paese tra gli applausi dei contadini diretti verso Gallo. Qui furono ripetuti
gli stessi atti compiuti a Letino tra un analogo entusiasmo da parte dei contadini
e del parroco Vincenzo Tamburri.
Intanto si stava organizzando la reazione del governo che, a detta di alcuni
storici era già informato da tempo del progetto di rivoluzione sociale preparato
dagli internazionalisti. Pare infatti che la persona scelta come guida perchè
a conoscenza dei luoghi inpervi del Matese, tale Farina di Maddaloni, aveva
tradito rivelando tutto al ministro degli interni Nicotera, ex Mazziniano come
lui.
Dopo gli eventi di Letino e Gallo, la banda vagò per tre giorni sui monti
del Matese, sorpresa dal freddo e dalla neve, senza guide ne carte, nè viveri,
con i paesi resi ormai inaccessibili dall'arrivo dei soldati e con tutte le
vie di fuga, sia verso Isernia che verso Piedimonte Matese e benevento sbarrate
dall'esercito (circa 12.000 uomini) che avevano ormai circondato tutto il territorio.
La mattina dell'11 aprile un contingente di bersaglieri, localizza la banda
in una masseria alla contrada Rava della Noce quindi arrestò i rivoluzionari.
Con questo episodio si chiude definitivamente l'esperienza della "rivoluzione
sociale".
L'arretratezza culturale, la povertà economica, l'ingiustizia
sociale, sono entità traghettate fino ai nostri tempi.
Delle idee liberatorie, dell'anarchia del socialismo e dei metodi insurrezionali
fondati sul coinvolgimento delle masse non n'è resta traccia alcuna. Resta il
rammarico è il malcontento di una condizione di vita disagiata e miserevole.
Arch. Michele Santoro